Georges Drano

Georges Drano - Francia

1936 Con l'Associazione "Humanisme et Culture" a Frontignan organizza da molti anni incontri internazionali di poesia. Autore di numerose pubblicazioni.

Prime foglie


Le prime foglie accendono il mattino

- spiccano le rondini

nella sabbia del cielo

Monta negli alberi la linfa

e alla punta dei rami

solleva immobili bouquet

Accorda la sua pienezza con il sole

nella polpa in cui si ascolta la vita

racchiusa dei primi frutti



Terra più volte riconosciuta


Sulla terra più volte riconosciuta

il nostro andare fatto di avanti e indietro

lascia le sue impronte spaventate

È una schiavitù che si afferma? o la nostra

parola che liberamente invitata

è messa in ordine per la prima volta...



Ultima stagione


Nelle loro case così basse

dall'odore di paglia

dove ancora la terra

fuma come i fianchi di una bestia

uomini intrecciano in silenzio

giunchi e vimini tristi

a ricordo dei frutti

dell'ultima stagione

che ronzerà ancora a lungo

al fondo dei loro panieri



Il sonno ritrovato


Li credevamo di una specie scomparsa

- l'impagliatore di sedie

il domatore di animali

dalle grandi opere della ragione

li abbiamo tenuti lungo tempo a distanza

verranno a dormire nei cortili

dove sono sistemati i geranei

e la paura nascerà negli abitanti

dei terrazzi lassù in alto




Una mano di poesie

I

Un giorno come tanti

quando niente ci appartiene

lo sguardo cerca la luce

nel lento ritorno delle parole

che vengono dal fondo del paesaggio

Il vento solleva il sonno

dei sentieri smarriti

La notte spegne le lampade

e le perdute tristezze

risalgono a galla

A causa di un antico dolore

che non trova pace

non la finiamo di aprire

le porte di una terra

che non abbiamo

Accerchiata nella sua paura

ci allontana dal tetto e dalla fonte


II

Dimenticando la cenere e l'abisso

la poesia che ti scrivo

la conserveremo?

(l'avremo custodita?)

Quando la terra s'inchina verso di te

riusciremo a cantarla?

Sentiremo sotto il mantello

la notte in cerca di noi

il fuoco che veglia

le parole pronte nell'aria

che noi respiriamo


III

Parole di scintille

la poesia che ti scrivo

passa dietro lo specchio

Il giorno nella mano che si apre

appeso alla rinuncia e all'abitudine

l'abbiamo fatto crescere davvero?

Nel parlarti è l'entrata fra le erbe

alte e al tempo stesso

nello spessore del linguaggio


IV

Anche se l'ombra fa crescere

le nostre impronte nel silenzio

intorno a noi

su una terra d'oblio

la voce rinnovata senza sosta

non c'è nulla che l'arresti

Lei tiene la distanza

estende la sua ora

si insinua nella tua presenza

Lei si sveglia senza tremare


V

È di notte che la notte

si decifra

Sollevando il sipario

dei nomi che cadono

in noi e scompaiono

Aprendo il silenzio

vengono frasi chiuse

dove niente si dà in anticipo

Il motore si spegne in salita

Noi domandiamo chi è là?

sulla via male illuminata

Come se questo bastasse

appena per salvare un mormorio

della voce che si perde



Giorni


I giorni aperti dalla parte cattiva

su questioni senza risposta

che risalgono a noi in quello che è scritto

Il nostro disordine è nei margini

dove si perde tempo a evitare se stessi

Quando passiamo sotto la barra del giorno

con parole che nascondono la loro verità

Tutto ricomincia - noi

siamo alla scoperta del canto

che tenta di raggiungerci

Dove niente ancora è pronunciato.



Da così lontano...


Da così lontano da così vicino

nelle pagine strappate

ci raggiungono parole -

là dove le avevamo lasciate.

Che avevano da raccontare?

Noi siamo con quel che resta

di parole contro il muro

quando niente è stato detto.

Una volta ancora

bisogna riprendere tutto

Saper contenere le linee

e le ombre che ci attraversano.



Tutto passa...


Tutto passa sotto il cielo trasparente

Le somiglianze e le distinzioni

le corone e le perle

i lunghi racconti i grandi discorsi

che ritornano a spizzichi e mormorii.

È là che usciamo dall'ordinario?

Nell'imperfetta recita di giorni e parole

che appartengono ancora alla pagina?

Sassi abbandonati alla riva -

quando il ruscello perde il suo canto

- cosa ci insegnano?

Rimanere noi stessi nel timore

di aver lasciato le nostre parole

in così poco spazio.



Pour trouver le chemin...


Per trovare il passaggio che non si vede

entriamo in quello che non s'apre

se non per noi

ed esiste soltanto

mentre noi avanziamo.

Quel che ci viene incontro

sono i nostri respiri e i richiami

resi alla chiarezza del giorno -

oh cammino smarrito rimesso ai nostri passi

prima parola levata nella polvere.


*

Le chemin ouvert...


Tutti i giorni un cammino aperto

per avvicinarci gli uni agli altri.

Gli andiamo incontro

per non lasciare niente sui bordi.

Nello sfregare la terra

conserva i nostri passi.

Nella sua lingua di polvere

trattiene il nostro silenzio.

Altri luoghi si avanzano in quello

altre voci lo chiamano senza fine

per popolare il nostro andare.


*

Le chemin garde...


Ha un occhio aperto la strada:

ci aspetta al prossimo tornante

- ci porta dove vuole, ci prende

a misura dei nostri passi.

A questa altezza ciascuno può andare verso di sé:

ritrovare il suo silenzio senza perdere di vista

il fondo del paesaggio che ci chiama.


*

Qu'avons nous...


Cosa dobbiamo fare -

il silenzio appartiene

a tutto quel che ci precede.

Là dove si deposita

non lascia alcuna impronta.

Come immaginare quel che sarà

dietro l'erba delle colline

sotto la dimora degli alberi -

teniamo il tempo di un sogno

senza sapere chi ci rivelerà

quel che siamo.


*


Partir est une...


Partire è un lamento antico

che ci insegna ad accogliere il tempo.

Quando il cammino è immobile

la giornata si riempie di se stessa.

Noi chiudiamo lo sguardo del paesaggio

che per suo conto riprende

i passi perduti e la pura di perdersi.

Cammino fermato nelle parole.

La terra che scende il vento che sale.

- chi saprà ritrovarli

quando si separano...


*

C'est la poussière...


È la polvere

prova della nostra esistenza

che ci avrà seguiti

da un luogo all'altro.

Noi continuiamo a vedere

quel che ci scappa

e ci segue passo passo

per prendere vita.

Là dove abbiamo aperto

un passaggio

uno strappo nel tempo

che si vuole fissare in noi.