Enán Burgos

Enán Burgos (Colombia - Francia)


Nato nel 1957 nel Sinù, vive a Montpellier. Attore e poeta, autore di svariate pubblicazioni artistiche.

Di ritorno nel mio buco

Di ritorno nel mio buco, in questa città decorata con finti palmizi verdi, dove io vivo in terra gallica...

Ricordandomi dei bei momenti passati nelle assolate contrade in provincia di Latina, mi prende la voglia di mollare tutto e partire e andare lontano, lontano assai da questo paese anchilosato e glaciale, governato da un pic-colo principe che ha nome Gran-coglione-so-tutto-io. E quando dico piccolo principe, è proprio il modo giusto di parlare di questo falso Priapo dal naso a uncino, che non misura più di un metro e cinquanta. Il nomignolo che gli hanno dato i suoi nemici gli va come un guanto, poiché, mentitore incallito, ogni volta che mente, non è affatto il suo naso, come quello di Pinocchio, che si allunga, ma uno dei suoi testicoli che si gonfia verso il basso - quello destro, per essere precisi. Ora, in volgare gallico, di un simile stallone, si dice che è un gran coglione.

Di fatto, il nominato monarca si vanta davanti alle telecamere delle televisioni del mondo intero di essere onesto e franco, ma, dietro la corretta apparenza di onorevole azzecca-garbugli, si nasconde una vipera detestabile. Camaleonte al momento, sa molto bene trasformarsi in pecorella o in lupo, secondo le circostanze e i sondaggi più o meno favorevoli alla sua rielezione.

Cambia idea come cambia le camicie. Se ieri ha detto blu, oggi dirà rosso, domani verde e dopodomani certamente il colore contrario. Dissimula le sue ambizioni e la sua malevolenza dietro una smorfia da cane bastonato, alla quale si aggiunge, nonostante la gran quantità di barbiturici che ingolla, una catena di tic nervosi che tradiscono i suoi propositi, svelando le segrete sue intenzioni.

Poco importa quel che fa. Issato su dei tac-chetti e mascherato da giraffina, sempre si distingue per la sua maniera così particolare di camminare, poiché ad ogni passo che fa, deve divaricare le gambe per evitare che il suo grosso organo si trovi incastrato, il che sarebbe senza dubbio molto spiacevole, e lo metterebbe in cattiva posizione, facendo rizzare peraltro la peluria della sua toga da despota. Di questo scellerato, il grande Giovenale, in una delle sue satire, la terza credo, fa un ritratto ben preciso. Il che confermerà, come si dice, la seguente verità: malgrado il passare dei secoli, i progressi della tecnologia e delle scienze e la democrazia regnante, l'uomo è stato, è e sarà sempre un lupo per l'uomo.

In mezzo a una tale tristezza, la cosa più penosa è che il popolo gallico, ateo, ribelle per natura, si inginocchia religiosamente davanti a questo giocattolo a tre gambe. Il quale, cinico e rozzo, festeggia le sue vittorie nei lussuosi lupanari alla moda, sempre senza pagare un centesimo, a spese del fisco o grazie alla carità di un amico, magnate e fellone insieme. Al quale, più tardi, davanti alle telecamere di tutto il mondo, il tartufo non si esimerà dal fare una lezione di morale, minacciando di sbatterlo in prigione o di spogliarlo di qualche vantaggio o privilegio. Cosa che il popolo, amorfo davanti alla televisione, evidentemente approva, a bocca aperta, sbavando morto di fame.

Povero, senza un soldo, frustrato perché non posso andarmene, per consolarmi un po' mi rifugio nell'elisir di un falerno invecchiato, che mi resta fortunatamente di questo paradisiaco viaggio sotto il cielo dell'antica Roma.

***

Gaeta fra mare e cielo

(Formia, 23 Agosto 2009)


Sono qui. Più povero e meno grande

davanti all'immensità che mi è vicina

parlando di ieri con le voci del presente

che nei momenti torridi a volte non si odono

quando l'azzurro così esteso

alberga nelle sue pagine un lamento infinito.


Cambiare luogo. Andare a Gaeta

attratto dal profumo dei fiori

ancorato lì nel suo golfo.

E fra le pelli luminose amare e tornare ad essere

il Dio giardiniere in accordo alla bellezza.

Occhi nudi felici: anche se

povero di oro e affogato sia il mio animo

il mare passeggia allegro sul mio petto...

la chiarezza che vola rima fulgore e brezza

e schiude all'orizzonte il bocciolo del seno


Così canta la speranza

fatta onda fatta barca fatta stella

Il sole e i gabbiani sollevano il desiderio

È femmina Gaeta ubriacata dai baci

che mi chiama e mi parla

e mi ama e in segreto io l'amo...


Isola sei - sono il tuo naufrago

- vivo del tuo tesoro

L'eternità mi bacia

a Gaeta, fra mare e cielo


***

Miraggio


oceano nero ci trascina il fango eterno

portandoci alla tristezza - fino a quando

nella sabbia la sua immensa

prosa? - onde vengono e vanno

non so se sto nuotando dalla vita

alla morte o dalla morte alla vita...

marinaio che naviga nella nostalgia

affondando improvviso in se stesso...

occhi faro a dare luce fino all'alba

incessante mareggiata - l'onda soffia sulla riva

- resteranno vestigia domani...

quiete che precede il filtro immediato di sé...

anche se è sordo il mio orecchio

io intendo la notte e i suoi cieli

e infine dal suo letargo

la chiocciola terrena si risveglia!

porto delle tenebre il mio cuore

mai si è sentito così tanto triste

- suoi battiti tamburo delle onde...

alla deriva e solo per questo mare aperto

spiega le vele del naviglio amato

quando il mio sangue la tempesta

converte in torrente naufragano le mie gioie

malgrado l'opulenza del mare

il mio sguardo si chiude

io non pronuncio alcuna parola

la sorgente inondata singhiozza

e sommerge le mie speranze

alba d'amore arrossiscono costellazioni

gocciolano carezze sul tuo corpo

libido ardente di onde innumerevoli...

la schiuma di riccioli fragranti

nell'alcova di un alato sospiro

e l'ossido perfino ritrova il suo lampo dorato

sangue e fiamma del crepuscolo

gabbiani che desidera a volte il cielo

impronte sulla sabbia che vanno e vengono dall'albero

caduto al molo distrutto... a chi appartengono?

a me forse a un me diverso

profondo mostro marino

mai contento di quel che io sono

miraggio dentro vibrante trasposizione del fuori

cristallo di farfalla calcinata

un cielo abbellito di cui sono

gli uccelli autori dell'estasi

istante che dona ai miei occhi

il maleficio di ogni finzione

bianca perla del tramonto o fantasma dello sguardo!

incagliarsi di parole - nera

in me comincia la sera

mare interiore che non mi contiene ma mi parla

segretamente mi narra l'ansia delle onde

circondato io sono risvegliato

dai pesci di schiuma

mano ardente e nuda della luce

il sangue umano che rischiara il sole

là dove le barche muoiono tutto è sogno

tronchi e rami del desiderio lì incagliato

e la memoria che insieme si sfoglia

fuggendo l'assenza...  realtà che tutto brucia

acque vele alberi e prue come un naufragio e resta

ancorato nello specchio del tuo volto

prima che faccia notte... miraggio marino di quiete

desidero ancora guardarti!

mare senza respiro le tue onde

trattenute in me... quando nel petto lente

mormorano le ore... letargo del vento

malinconia di barche

tutto è inclinato tranne la pioggia

abisso immenso...

cristallino ha il potere dei sogni

opaco ti riempie il petto di lacrime

fluido di vita o morte

nella solitudine del tuo corpo...

vestito di lune

vibrante e calmo - avido

come l'occhio innamorato di un ciclone